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Appuntamenti 

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Tempo di sette e trenta, ricordiamoci del 5 x 1000 destinato al RugbyRho!

PARTITE DEL WEEK-END 
Ecco gli incontri del prossimo week-end:
Sabato 19 maggio

Under 14 Bergamo - Rho squadra 1 e 2 dalle 17.00
under 16 Rho - Amatori Mi Jr. 17.00 Molinello

Domenica 20 maggio
Under 6,8,10 concentramento Lecco
Under 12 concentramento Settimo


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Il XV del Presidente un racconto al giorno 
L’INCIDENTE DI MIGNOLO SINISTROE SOPRACCIGLIO SEGNATO
Solo roba di certa gente del rugby degli anni ottanta ? di Marino Poddesu

Correvano gli anni ‘80, quelli tanto decantati e spesso denominati anche “anni di fango”. Probabilmente l’espressione venne coniata senza riferimento alcuno ai trascorsi di molti giocatori di rugby nei campi fangosi di quel periodo. Anni di fango. Campo vecchio….
Un campo usato e strausato, fangoso, sassoso, secco, asciutto, ghiacciato, ma pur sempre un campo sul quale correre, allenarsi e giocare. Allenarsi e giocare sempre, senza mai farlo riposare, senza mai farlo rifiatare. Campi vecchi anche oggi lì, immutabili e identici, con il soffocante caldo afoso dell’estate e il ghiaccio di dicembre. Senza interruzioni e pause. Campi storici, mitici, che spesso nei club di provincia resistono ancora.

Gli anni ‘80 furono cruciali, per certi versi decisivi e definitivi.
Anni intensi, condensati di importanti cambiamenti a livello internazionale e nazionale.
Se negli Stati Uniti d’America per la prima volta un ex attore cinematografico, Ronald Reagan, divenne Presidente, in Unione Sovietica si assistette a numerosi cambi presidenziali al vertice e Gorbaciov annunciò il “nuovo corso” della perestroika firmando con il Presidente USA lo storico accordo per la riduzione degli arsenali nucleari e la distruzione degli euromissili. Impensabile!
Venne abbattuto il Muro di Berlino considerato l’emblema della guerra fredda, mentre a Pechino venne repressa nel sangue la pacifica protesta di piazza Tien An Men, dove la popolazione cinese chiedeva democrazia e libertà. Morì Bob Marley e fu assassinato John Lennon.
Papa Giovanni Paolo II venne gravemente ferito in un attentato terroristico a Roma, in Piazza S. Pietro dal turco Alì Agca.
Nei pressi di Ustica esplose in volo un aeroplano italiano e alla stazione ferroviaria di Bologna una bomba provocò 85 morti.
Negli anni ottanta in Italia venne istituito il Servizio Sanitario Nazionale attraverso il quale a tutt’oggi le prestazioni sanitarie sono garantite dallo Stato a tutti i cittadini di ogni ceto sociale… Barak Obama, primo presidente di colore degli Stati Uniti d’America, proverà a realizzarlo solo alla fine del primo decennio del millennio successivo.
Nello sport l’Italia vinse tre titoli mondiali. Il primo nel calcio, nonostante lo scandalo delle partite truccate, il secondo nel ciclismo su strada con Beppe Saronni ed infine il terzo nel primo mondiale di F1 dell’era dei turbo compressori con la Ferrari. Morì però il suo pilota di spicco: Gilles Villeneuve.

Bio
Marino Poddesu. Specialista in Diritto ed Economia delle Comunità Europee.
Nato a Milano il 24 gennaio, due figli: Marco e Matteo. Autore del libro “Certa Gente del Rugby.Il Riscaldamento”
Presidente Associazione Certa Gente del Rugby ONLUS. Ha giocato a rugby nel suo club di provincia, spesso seconda linea. Adesso cerca a fatica di fare l’old


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Il XV del Presidente un racconto al giorno 
IL VENTO DENTRO di Giorgio Terruzzi


1. Per raccontare la storia di Massimiliano Capuzzoni, detto Max, detto Capu, bisogna raccontare la storia di un gruppo di ragazzi cresciuti con il rugby. Questi ragazzi li incontravo al campo di allenamento ogni mercoledì sera, dove andavo anche se avevo smesso di giocare. Limiti di età. Più un ginocchio che pareva un wafer. Arrivavano insieme, insieme si allenavano, insieme andavano via, a bere, a parlare, a far casino. Li osservavo con divertimento e sopra il divertimento avvertivo una commozione. In qualche modo somigliavano al ragazzo che ero stato, al gruppo che avevo avuto per crescere giocando.
Gli ultimi allenamenti, alla fine della primavera, con la polvere che si alza dal campo, vola nell'aria, entra nel naso. La borsa legata al motorino, i tacchetti che fanno tric tric sul pavimento, il sollievo della doccia dopo la fatica, una birra e dopo un'altra, le panche dello spogliatoio, quelle panche scarne con il loro odore. Legno umido, muffa, olio canforato.
Procedure di appartenenza. Non erano cambiate e ora servivano a loro per capirsi, per spartire. Il rugby li aveva messi assieme magari per caso ma ormai formavano davvero una squadra capace di andare in campo e ovunque con una comune intensità. Che così fosse lo capimmo tutti a prima vista, lo si capisce ancora adesso, dopo tanti anni, dopo un dolore che li ferì, che ha prodotto una cicatrice profonda al punto da attraversarli tutti come una corda, una cima indurita dall'acqua e dal sale che lega, segna la pelle, tiene.

2. Cominciammo a giocare giovanissimi. Dodici anni, forse meno. I miei primi ricordi riguardano un periodo appena successivo, quando venne formata la squadra Under 15. Da allora il nostro gruppo è rimasto unito. Credo che rimarrà unito per sempre. Partimmo dalle giovanili per arrivare a rate in prima squadra. All'inizio erano solo gli allenamenti e le partite, poi anche il resto. Tutto il resto. Max si era dimostrato immediatamente disposto e predisposto per il rugby, aveva un gran fisico. E aveva voglia, una voglia che produce apprendimento, tecnica, senso del gioco. Per gioco intendo proprio giocare, divertirsi nella pratica. Penso che fu proprio un atteggiamento di quel tipo a trasformarci. Senza dichiararlo, avevamo scelto e ci eravamo scelti. Queste cose nel rugby si capiscono subito perché se l'altro non ti somiglia, non ti piace, non sente un po' come te, non succede niente. Semplicemente non va, non funziona. Alla fine magari perdi solo la partita.
In realtà è ciò che non vinci che conta davvero.

Bio

Giorgio Terruzzi è nato a Milano, è giornalista a Mediaset (F.1 eMoto), scrive per il Corriere della Sera e per GQ. Collabora ai testi di Claudio Bisio e Diego Abatantuono, ha scritto alcuni libri (ultimo titolo “Il mio dio è ateo”, Sperling&Kupfer), si occupa dei progetti sociali dell’AS Rugby Milano, è un fan di Tana Umaga con il quale una volta ha mangiato tortellini al gorgonzola, ore 3 del mattino, da Cabrio.




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Il XV del Presidente un racconto al giorno 
SEI FORTE di Marco Turchetto

La giacca di ecopelle era il segnale. Tanto provocava disgusto il vederla tanto era evidente che lei era a casa da sola. Libera. Disponibile a ricevere le sue visite improvvise e leggermente aggressive, dal sapore un po’ animale, maschie insomma.
La giacca del mediano di mischia era il capo di abbigliamento più triste che mai si fosse visto negli spogliatoi della società biancorossa. Un grigio topo malinconico, il colletto alla coreana con una piccola fibbia cromata, le tasche con le patelle a punta, i gomiti lisi e la lacerata fodera interna con la stampa dell’Union Jack. Una giacca indossata addirittura in viaggio di nozze, in crociera sul Nilo.
Non che fosse uno spogliatoio di classe, per carità, né tanto meno di principi dello shopping o del Prêt-à-porter, ma quel giubbetto dal sapore leggermente bulgaro che pareva modellato su standard militari era divenuto uno dei punti fermi della storia del club. Alla pari di altri episodi ed oggetti che fanno parte della leggenda biancorossa, come la Zastava Florida comperata dalla terza linea col braccino corto, i tatuaggio sul decolleté della moglie di un presidente, la vomitata collettiva alla cena natalizia con le autorità locali, l’espulsione del capitano per avere abbracciato palpato e leccato l’arbitro dopo una meta e Shirley, la bambola gonfiabile in affido condiviso con la società rivale rossoblu.
Agonia non si chiamava davvero Agonia. Il suo vero nome di battesimo, ormai, nei campi di gioco, interessava solo all’arbitro per la “chiama” nulla più. Agonia era stato messo alla mediana sin dalle giovanili ma erano passati ormai 16 anni da che la giovane promessa del club doveva sbocciare nel campione che tutti si aspettavano. Agonia era stato chiamato così da Cavour, altro epico allenatore del club, che forse aveva già intuito che quel numero 9 mai sarebbe stato qualcosa in più di un raccogli-e-passa-pallone.
Per quanto giocasse da una vita in quella squadra, lui non caricava mai i compagni, mai un discorso, mai alzato la voce. Non aveva la tecnica né il carattere né il carisma per comandare 8 uomini di mischia, per quanto pigri grassi lenti o impacciati fossero. Il suo voto a fine partita dipendeva esclusivamente da come le terze linee avevano giocato o da come le seconde aveva conquistato e passato il pallone in touche. Lui giocava di riflesso.

Bio
Marco Turchetto, ex seconda linea, lavora a Milano presso l’Ufficio Stampa della Questura. Giornalista e fotografo, autore di RUGBY LOVE e AMERICA, i suoi lavori sono stati pubblicati su Rugby World e Rugby Club. Non ha mai indossato la maglia azzurra perché non si abbina alla sua carnagione chiara.

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Il XV del Presidente un racconto al giorno 
LUKE MAHONEY, L’ESSENZA DEL RUGBY di Ivan Malfatto

L’essenza del rugby. Per mesi chi è passato in Corso del Popolo, la via principale di Rovigo, ha trovato in vetrina al negozio Eliocopy un poster 100x150 con questa scritta sopra una foto gigante a mezzobusto. Poi il titolare l’ha arrotolato e messo in magazzino. Ma c’è da scommettere che nei futuri play-off del campionato d’Eccellenza lo rimetterà in vetrina come monito a tutti i rivali ed esempio a tutti i virgulti della Rugby Rovigo.
La foto gigantesca è il primo piano di un giocatore di rugby dei giorni nostri. Suo malgrado bardato come un rugbista dei vecchi tempi. Capelli e barbone arruffati. Benda intorno alla testa che stringe le tempie e cade a sinistra. Sguardo tra il mistico e il rintronato, l’impavido e il sofferente. Come un pugile al termine di un fight stile Ali-Frazier, o uno scozzese di "Braveheart" prima della battaglia. Sulla maglia a strisce orizzontali rossoblù macchie di sangue ovunque. La spalle ampie da gladiatore, le braccia allargate. Dietro volti indistinguibili di una folla ancora eccitata per quanto il moderno-antico uomo di rugby ha mostrato loro in un caldo e indimenticabile pomeriggio di maggio.

***
Questo moderno-antico uomo di rugby risponde al nome di Luke Mahoney. È alto 1,80 e pesa 104 chili. Gioca tallonatore nel Rovigo. Prima l’aveva fatto negli All Blacks under 19 (con Jerry Collins, Ritchie McCaw, Mils Muliaina), nei Wellington Lions (4 finali di Npc), negli Hurricanes di Super 14 (riserva dell’all black Andrew Hore, 10 presenze), nei New Zealand Maori (vittoria di una Churchill Cup).
Luke è nato il 5 gennaio 1980 a Lower Hutt in Nuova Zelanda. Una città di centomila abitanti a 25 chilometri da Wellington. Sorge a sud dell’omonimo fiume. A nord c’è la città gemella Upper Hutt. Un po’come Boara "de quà" (Polesine) e Boara "de à" (Pisani) a Rovigo. A cavallo dell’Adige con la provincia di Padova. Dove Luke ha trovato (a Boara "de à") l’anima gemella, Eugenia. Quando si dice tutto il mondo è paese...


Bio
Ivan Malfatto, giornalista redattore del "Gazzettino" e collaboratore della "Gazzetta dello Sport", è nato a Bollate (Mi) nel 1964 da una famiglia veneta emigrata. Vive a Rovigo, a cento metri dalla palestra di boxe della Pugilistica rodigina e a mezzo chilometro dallo stadio "Battaglini" della Rugby Rovigo, le sue grandi passioni sportive. Ha seguito da inviato per "Il Gazzettino" tutte le edizioni del Sei Nazioni. Ha scritto i libri "Mio padre Primo Carnera" (Sep, 2001), "Un rugby da record. Il tempo di Carlo Checchinato (Vianello, 2003), "I cani del ring" e "Primo Carnera" (Biblioteca dell'Immagine, 2004 e 2008).







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Il XV del Presidente un racconto al giorno 
IL QUARTO TEMPO: ovvero, ciò che rimane di noi. Testimonianza di una donna più affine all’acqua che alla terra e che ha deciso di mettersi in gioco. Costi quel che costi.
di Silvia Peca

Questa piccola storia è una vicenda realmente accaduta. Ed è capitato a me viverla.

PROLOGO
Può capitare, anche al genitore più sensibile e amorevole, di non riuscire a mettere perfettamente a fuoco che i figli crescono. E quando dico “crescono”, non intendo semplicemente che si allungano di statura, ma che si fanno un’idea delle cose che non è più quella proposta da noi genitori; e affinché questo processo possa esprimersi, è necessario che i nostri figli maturino una loro, originale, inedita idea che –si spera- sia il più possibile autonoma anche se diversa dalla nostra.
I figli ci guardano, si dice, sono persone, si dice, che, ad un certo punto della loro esistenza, smettono di sentirsi marmocchi e rivendicano la libertà di essere individui diversi da noi che li abbiamo cresciuti, esprimendo questa diversità attraverso le loro possibilità, le lo abilità, le loro paure, le loro passioni, le loro incertezze e i loro fallimenti, mettendo così in campo tutte le loro energie.
Le loro, appunto.
Sarà capitato, a qualche genitore, di accorgersi che il proprio figlio lo osserva e non necessariamente per criticarlo, giudicarlo o disprezzarlo, ma, forse, anche solo per cercare quali siano le differenze che li separa. O li unisce.

Bio

Silvia Peca: una libera professione, alcune libere passioni. Ha scritto piccole storie, cronachette e diari di viaggi e, in collaborazione con il suo istruttore di tiro, un manuale pratico di Tiro a Segno. Ha illustrato libri naturalistici. Studia di città e delle persone che le rendono vive. Una vita le basta, grazie.


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Il XV del Presidente un racconto al giorno 
LA BALLATA DEL MICHE di Marco Pastonesi



Mischia ai cinque. In attacco. Introduzione nostra. Mischia vinta, pallone tallonato, controllato, uscito. Ripartenza dal lato opposto all’introduzione. Il Miche blinda il pallone sotto il braccio, i primi cinque passi non lo ferma neanche il padreterno, e se poi lo placcano, lui va giù, per forza d’inerzia, oltre la linea. Meta. Sempre. Sport vietato ai minori e ai minorenni, il rugby, negli anni Sessanta. Il Miche – Giancarlo Micheloni detto Miche - per essere grande, è grande, e per essere grosso, è grosso, e per essere duro, basta solo dargli un ovale per poterlo dimostrare. Quanto al minore e al minorenne, il Miche non dev’esserlo mai stato in vita sua, neanche quando era un bambino. Così nasce la leggenda del più forte rugbista italiano di sempre:
la ballata del Miche. E’ Roberto Gasperini, trequarti da un anno o giù di lì, a chiedergli di andare a giocare a rugby. Al Pirelli. Milano, quartiere Bicocca, viale Zara, campi da tennis rossi, per via della terra, e campo da rugby verde, per via dell’erba, una rarità, quasi una stranezza, forse semplicemente un miracolo. Sei o sette allenamenti, tanto per capire che per passare il pallone si può farlo solo indietro, che per fermare un avversario bisogna placcarlo basso, e all’altezza delle caviglie vengono giù anche le giraffe, che per segnare una meta è meglio darla a Buccino, Buccino Pietro, professione guardia giurata, l’unico dipendente della Pirelli nella squadra Pirelli, un altro di quelli grandi e grossi e duri, e con dei gomiti taglienti come scimitarre. Sei o sette allenamenti, poi in campo, serie C, maglia blu, pilone, con il cartellino falso, perché per quello vero ci vogliono mesi. A Dalmine, capitale delle acciaierie, provincia di Bergamo, contro il Bergamo. E’ il Pirelli del maestro Filippo De Gasperi, maestro non per l’arte del rugby, ma per l’arte della pittura, metafisico, dicono, responsabile del prestigioso reparto artistico alla festa dell’uva a San Colombano, una specie di Carnevale di Viareggio però in settembre e in riva al Lambro, nonché allenatore e mediano di mischia, qui più che metafisico è metà fisico, e raramente meta. Così che, quando sono di buona, i giocatori lo chiamano: Maestro. E quando sono di cattiva: Filippo, ma va’ a cagare. Detto anche Capitan Uncino perché, al ritorno da una trasferta rugbistica in Portogallo, che del rugby, si sa, non è proprio la Terra Promessa ma di certe buone compagnie alcoliche sì, i compagni di squadra gli ficcano una bottiglia di brandy nella borsa per cautelarsi nel caso di ispezioni doganali, e lui, De Gasperi, metafisico e metà fisico ma in questo caso anche un bel pirla, si fa cadere la bottiglia a terra. De Gasperi ha, per il Miche, un trattamento di favore. Si raccomanda: “Non preoccuparti”. Gli spiega: “Segui l’altro pilone”. E precisa: “Fa’ quello che fa lui”. L’altro pilone si chiama Ciro, per campare fa l’impastatore alla Motta, panettoni e pandori, dotato di mani eleganti come badili e morbide come piccozze. A Dalmine il Miche sa del passaggio e del placcaggio, ma non ancora del fuorigioco, così gli capita spesso di abitare al di là della linea del pallone, ma guarda
caso quelli del Bergamo non spediscono una punizione fra i pali, invece l’unica volta in cui proprio De Gasperi si fa beccare in fuorigioco, quelli del Bergamo la infilano giusta giusta. Risultato: 3 a 0, per colpa di De Gasperi, e a casa.


Bio
Marco Pastonesi (Genova, 1954) è un giornalista della "Gazzetta dello Sport", dove si occupa di ciclismo e rugby. Ha scritto - fra l'altro - "La leggenda di Maci" (Rcs), "Ovalia" (Baldini Castoldi Dalai) e "Dizionario degli All Blacks" (Dalai). Ha giocato a rugby addirittura in serie A e B, e segnato la prima meta della Nazionale italiana giornalisti.






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Il XV del Presidente un racconto al giorno 
IL PACCHETTO DI MISCHIA DEL ’98 di Sergio Giuntini


“Ka mate ka mate
Ka ora ka ora
Ka mate ka mate
Ka ora ka ora
Te nei te ta uga ta
Pu huru nuru
Na na e piki mai
Whaha whiti le ra
Hu pa nei hu pa nei
Hu pa nei kau ua nei
Whiti tera”

Daniele, che di cognome faceva Marchetti, leggeva e rileggeva avidamente quelle parole oscure e terribili, un concentrato atavico di paura, provando una sensazione insieme di sconforto e intima soddisfazione. Da un lato l’assaliva la rabbia per i tanti, vani sforzi profusi al fine di far conoscere il gioco del rugby in Italia. Dall’altro sentiva che prima o poi qualcun altro ci sarebbe riuscito e la Storia, un bel dì, l’avrebbe almeno moralmente risarcito di quelle delusioni, facendo di lui menzione come il “pioniere” italico dello strano sport con una palla bislunga. Esauriti tali pensieri incollò con diligenza il misterioso Inno nel suo album di ricordi, ritagliandolo dall’articolo di Giovanni Galleani “Foot-Ball trionfatore”(che Foot-ball e Foot-ball, si chiama Rugby! bofonchiava nel mentre, a voce bassa, per non svegliare la moglie) pubblicato su La lettura sportiva del 16 gennaio 1906, e quindi tornò alla sua routine mattutina. Sveglio dalle prime luci del giorno, il programma immediato prevedeva qualche piegamento da camera per sgranchire ossa e muscoli, toilette accurata soprattutto nella manutenzione dei baffi alla moda, colazione a base di pane raffermo inzuppato in una capiente scodella di latte bollente, salutare passeggiata a passo accelerato per raggiungere, in orario perfetto, il posto di lavoro. Una metodicità quotidiana da apparente travet alla Demetrio Pianelli, dalla quale, da quando viveva a Milano, non sgarrava mai. Da allora di tempo ne era ormai passato - aveva già vissuto cinquantuno delle primavere messe a sua disposizione, restandogliene altre ventinove da cercar di spendere bene - e sovente, nel tratto di via che lo portava a varcare le soglie del “Carlo Cattaneo”, in Via Santa Marta, vagava con la mente a qualche momento di quella sua carriera che, agli inizi, lasciava sperare di più, ma di cui comunque non intendeva lagnarsi. Veneto di Vicenza (e in quale altra regione poteva nascere un “padre nobile” del rugby nostrano?), conseguita con lode nel 1877 la patente di maestro di ginnastica alla “baumanniana” Scuola Magistrale di Bologna, il suo peregrinare per scuole e palestre d’Italia l’aveva infine condotto a Bologna. Città dotta e gaudente che l’adottò volentieri alla “Virtus”, sodalizio di blasone puro sulla breccia dal lontano 17 gennaio 1871.

Bio
Sergio Giuntini svolge attività di ricerca presso l'Università di Roma 2 Tor Vergata occupandosi di storia dello sport. Tra i suoi volumi più recenti: "Pugni chiusi e cerchi olimpici. Il lungo '68 dello sport italiano" (Odradek, 2008); con Maria Canella "Sport e fascismo" (Franco Angeli, 2009); "L'Olimpiade dimezzata. Storia e politica del boicottaggio nello sport" (sedizioni, 2009); con Maria Canella e Marco Turinetto "Sport e stile. 150 anni d'immagine al femminile" (Skira, 2011); "I calciatori della palestre. Football e società ginnastiche in Italia" (Bradipolibri, 2011). Nel 2011 ha anche partecipato con un suo scritto al testo collettaneo di sedizioni "Che Guevara, il rugby e altri scritti sulla palla ovale".



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PARTITE DEL WEEK-END 
Sabato 12 Maggio

Under 16 Rho - Cus Milano Molinello ore 17.00

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Il XV del Presidente un racconto al giorno 

QUINDICI UOMINI di Simonmattia Riva

Quindici uomini, quindici uomini
ed in terra un coach morto
ma la bottiglia dov'è?

Era stato il biondo ossigenato con l'orecchino e un incipiente beer belly ad intonare, con forte accento Geordie, l'improvvisato remix della canzone di Long John Silver.
Nessun altro aveva ancora aperto bocca: ci voleva qualcuno con un'elevata dose di sfrontatezza, oltreché un'innegabile presenza di spirito, per tagliare l'aria umida e greve di quel fetido scantinato con parole tanto cariche di umorismo nerissimo da risultare, nel contempo, pesanti come macigni e troppo lievi nella loro musicalità senza pudore.
I quindici uomini e il coach morto, infatti, c'erano davvero, mentre nessuna isola del tesoro si profilava all'orizzonte.

Quindici uomini, diversissimi per età ed aspetto, si erano risvegliati improvvisamente insieme lungo le ruvide pareti di cemento di uno spogliatoio sotterraneo, in cui l'intonaco bianco stava ormai cedendo il campo a rigogliose praterie di muffe.
Solo una lampada al neon, che sarebbe stata bene nella sezione di un carcere o in un obitorio, illuminava la scena dal soffitto, battendo impietosamente sul corpo privo di vita che giaceva in mezzo al pavimento: un uomo di mezza età disteso bocconi, con un basco di tweed sul capo e le braccia protese oltre la testa, nella mano sinistra un taccuino su cui erano vergati a penna dei basilari schemi rugbystici.
Era stato naturalmente questo dettaglio a qualificarlo subito, agli occhi dello sfrontato ragazzotto biondo, come “coach”.

Questa parola ebbe sui quindici il medesimo effetto di una madeleine su uno scrittore francese: cominciarono a ricordare come fossero finiti lì.
Dopo un breve cozzo tra idiomi, riuscirono a capirsi e rendersi conto che tutti loro avevano risposto a un allettante invito: ritirare un omaggio costituito da una cassa della loro birra preferita (diversa per ciascuno di loro) e una maglietta autografata di Johan Lomu.
Un'offerta che non si poteva rifiutare, per la quale valeva sicuramente la pena prendere un volo o un treno e recarsi a Londra, in quel piccolo negozio di cimeli sportivi su Highgate Road, proprio di fronte al vecchio pub “The Southampton Arms”: ritirare l'ambito pacco e andare a svuotare qualche pinta di ottime real ale o di rustici sidri era sicuramente un buon modo per trascorrere il pomeriggio.
A tutti era però accaduto il medesimo incidente: mentre il gentile negoziante sulla sessantina si era recato nel retrobottega per prelevare il premio, un individuo mascherato da corvo materializzatosi all'improvviso da una porticina laterale era saltato loro addosso e li aveva narcotizzati con un'iniezione.

Bio
Simonmattia Riva, concepito nell'anno in cui i porci avevano le ali, nasce nel 1977. Nessuno gli ha mai insegnato il rugby e ciò, ora che ha scoperto cosa sia davvero questo sport, rappresenta un suo grave cruccio. A bere birra e scrivere ha imparato da solo, capendo presto che le due azioni si rafforzano a vicenda.



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